Fuggire dal Determinismo

Questo è il quarto degli articoli extra-redazionali pervenuti per il terzo numero di FSFSG e selezionati per il blog! Nelle prossime settimane, un altro splendido articolo vedrà la luce in questo blog! E il 31 marzo esce il nuovo numero della rivista! 
Buona lettura! 

L’aiuto di Bergson al dr. Manhattan
di Lorenzo Guardini

Come riuscire a spiegare l’autenticità e la meraviglia che è la vita di un essere in grado di vedere ogni cosa del passato, del presente e del futuro? Come fa un Dio a provare amore per degli esseri così prevedibili e monotoni come gli umani?

copertinaDr. Manhattan lo scoprirà in uno dei momenti più alti della narrativa a fumetti americana: Watchmen, opera nata dalla mente di Alan Moore e dalle matite di Dave Gibbons. Il personaggio in questione era un fisico, Jonathan Osterman, che in seguito ad un incidente acquisì poteri praticamente illimitati, come il riuscire a manipolare la realtà nella sua struttura subatomica. La particolarità di Manhattan sta nel fatto che egli ha una visione del tempo che non è limitata, come quella degli uomini, alla sola apprensione cosciente dell’istante, e perciò egli percepisce il tempo nella sua interezza riuscendo a vedere contemporaneamente nel presente tutto il passato e allo stesso tempo tutte le implicazioni determinate del futuro.

“Il tempo è simultaneo, è un gioiello dalla struttura complessa che gli esseri umani insistono a vedere una faccia alla volta anche se su ciascuna si scorge tutto il disegno”, afferma il Dr. Manhattan. Da questa prospettiva l’intero universo e l’intera realtà gli appare come un semplice orologio scandito deterministicamente, di cui l’umanità rappresenta solo un piccolo e insignificante ingranaggio. Questo perché egli riesce a vedere tutto il passato che si accumula sul presente e quindi l’intera gamma di possibilità future che scaturiranno dagli eventi. Proprio per questo, durante gli eventi della narrazione, Manhattan comincia ad annoiarsi delle relazioni e successivamente delle vicende umane. A un certo punto, infatti, mentre gli eventi stanno portando ad una inevitabile terza guerra mondiale, lui, completamente disinteressato, decide di isolarsi su Marte lasciando che le lancette dell’orologio che è l’universo facciano il loro corso.

Sembrerebbe che con Manhattan Moore abbia voluto sperimentare cosa proverebbe un “essere umano” se fosse capace di adottare una visione della realtà come quella che Henri Bergson descrive in Materia e memoria e ne L’evoluzione creatrice. La percezione parziale che ha l’uomo del mondo e del proprio vivere, concepito come un susseguirsi matematico di istanti presenti, è dovuto al fatto che egli fa parte ed è fatto della stessa materia di cui è composto l’universo: organizzato a livello subatomico in maniera necessaria e determinata. Da ciò potrebbe sembrare che il nostro agire non sia più libero di una interazione tra due quanti o di un movimento di una palla da biliardo spinta da un’altra sul tavolo da gioco. È più che comprensibile che Dr. Manhattan veda al posto di uomini, solo agglomerati di quanti che emettono lo stesso brusio dei corpuscoli nei cieli di Marte. Egli non è altro che una marionetta che, grazie alla sua particolare percezione del tempo, riesce a vedere i fili che la muovono.

Tuttavia, la storia non si conclude con una finale nichilistico dove l’umanità viene lasciata a se stessa poiché, improvvisamente, parlando con la sua ex ragazza Laurie (alias Spettro di seta) il Dio cambia idea e si convince a tornare sulla terra per occuparsi del “bene” degli uomini.

Cosa colpisce la mente del personaggio? Cosa scopre essergli sfuggito nella sua visione bergsoniana della realtà? La risposta la si potrebbe trovare nelle parole di Jung, citato dallo stesso Alan Moore alla fine del capitolo: “per quanto ci è dato conoscere, l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere”.

Laurie, in lacrime per il futuro che spetta a lei e all’intero pianeta Terra, racconta il suo passato contenuto in delle vecchie foto gettate dal palazzo che Manhattan aveva costruito su Marte, e in quei gesti di frustrazione e malinconia John Osterman capisce, vede tutto più chiaro. Si rende conto del suo di passato e di come dall’assurdità di quelle due vite sia nato un amore, improbabile e inaspettato quanto lo stesso venire al mondo di una cellula uovo fecondata. “Tu sei la vita Laurie, più rara di un quark e imprevedibile al di là dei sogni di Heisenberg, l’argilla in cui le forze che modellano ogni cosa lasciano la loro impronta con la massima chiarezza”, dichiara Dr. Manhattan.

Nonostante il rigido determinismo della materia in cui noi siamo immersi, secondo Bergson il tempo nella sua simultaneità non deve essere visto come una gabbia che ci pone davanti all’ineluttabilità delle leggi della fisica, ma è proprio il fatto che in ogni momento tutto il nostro passato sia potenzialmente accessibile alla nostra coscienza che ci rende unici e ci deve spingere a immettere tutta la nostra storia in ogni azione che compiamo. Solo così verrà aggiunto qualcosa di nuovo e di non necessitato nell’universo futuro, soltanto così saremo in grado di allentare i fili che ci guidano ed essere capaci di scrivere, attraverso la nostra vita pregna di noi stessi, un capitolo inedito nel libro dell’universo. Il Dr. Manhattan riesce a fuggire dal determinismo che vedeva così chiaramente, comprendendo che egli stesso, come Laurie, è stato una storia prima che un processo fisico. Così facendo, egli agisce non mosso da un impulso meccanico e necessario abbandonando la Terra al suo destino, ma infonde nel suo gesto (tornare sulla Terra per salvare più vite possibili) tutta la sua infanzia, la sua storia con Laurie e con i suoi cari, e in quel modo esce dallo schema della realtà meccanicisticamente organizzata, agendo da vero e proprio creatore.

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Lorenzo Guardini è nato a Pietrasanta nel 1998. Studente di filosofia all’Università di Pisa, appassionato di letteratura, cinema e fumetti. Aspira a intraprendere un progetto di divulgazione culturale.

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