Il suicidio assurdo

Ecco un altro degli articoli extra-redazionali che non sono stati selezionati per il numero di novembre 2019, pur essendo imperdibili. Il FiloSoFarSoGood di questo bimestre è stato dedicato al tema del Suicidio (il pdf della rivista è scaricabile da QUI

Il Settimo Continente rivisto da Sartre
di Flavio Pisciotta 

copertinafsfsg2x2L’Australia, il settimo continente (considerando separate America del Nord e del Sud), è il luogo dove la famiglia protagonista dell’omonimo film del 1989 di Michael Haneke dichiara di volersi trasferire, un attimo prima di vendere la macchina, acquistare una serie di attrezzi e arnesi contundenti, chiudersi in casa e non uscirne mai più. Si tratta di un film a cui applicare la categoria del bello non solo sembra inadeguato, ma denota incomprensione o sadismo; anzi, è di fatto disturbing, per molti “di cattivo gusto”. 

È tuttavia molto interessante perché costituisce una non-narrazione che analizza il tema del suicidio e della cronaca (si basa infatti su un caso reale rimasto irrisolto) scegliendo di non analizzarlo, di non connotarlo moralmente o emotivamente, di non ricostruirlo  ripercorrendo il filo delle “ragioni” che hanno spinto una famiglia borghese benestante formata da madre, padre e figlioletta a compiere una scelta che appare così assurda. La reazione di sgomento di fronte al quarto d’ora finale di un’opera che pareva inconcludente pone proprio questa questione, l’assurdità di questa scelta. 

Inutile spiegare dunque perché occorra rifarsi a Jean-Paul Sartre, bisogna capire solo in che termini. Nella Parte Quarta de L’Essere e il Nulla, Sartre affronta, tra gli altri, i concetti di libertà e di “assurdità”: quest’ultimo deriva dal senso di contingenza, debolezza e ingiustificabilità di ogni scelta compiuta, in quanto con essa il soggetto pone la possibilità di altre scelte differenti che potrebbero nullificarla, e dunque la possibilità costante di essere altro da ciò che è e che ha scelto di essere. Tuttavia, prerogativa della coscienza è dare significato alle cose, alla sua propria vita e alla sua condizione: si può intravedere perché quindi il filosofo definisca in seguito il suicidio “un’assurdità che fa sprofondare la mia vita nell’assurdo”. Esso rappresenta una scelta a cui non può essere assegnato un significato dal soggetto che la compie, in quanto non sono più contemplabili altre possibilità, e rimane un gesto indeterminato. Queste parole richiamano la sensazione che si riceve proprio dalla visione di questo film. E si badi bene: le considerazioni fatte finora non sono di tipo morale, riguardano solo l’impossibilità di assegnare un senso alla mia vita a partire dalla mia morte, e dunque la sua nulla valenza “risolutiva”. 

Il meccanismo è messo in atto sapientemente da Haneke attraverso una regia fredda, una telecamera fissa che spia, una recitazione che non ci fa accedere all’interiorità dei personaggi. Qualche sintomo affiora alla superficie, ma resta tutto inspiegato. Il comportamento osservato non è comprensibile o razionalizzabile; questa messa in scena mostra come sia in realtà radicalmente inconoscibile ciò che spinge un uomo a compiere il gesto estremo. Si ha infatti a che fare con una soggettività che è per noi voyeurs una cassetta chiusa (L’Essere e il Nulla, Parte Terza) e non a caso nelle pagine dell’opera che ci sta guidando si analizza il voyeurismo per spiegare la dialettica dello sguardo: l’Altro che spiamo dalla serratura e nel cinema di Haneke spesso dal corridoio, da dietro l’angolo, a distanza, non avvicinandoci quasi mai alla sua sfera vitale, al suo ambiente – per dirla con von Uexküll – è ridotto a oggetto, “un oggetto del mondo che si lascia definire dal mondo”. Nell’opera di Haneke i personaggi compiono azioni indecifrabili perché non ne percepiamo la soggettività, e il sopraggiungere di una scelta così radicale da annullare ogni altra possibile scelta è un’esplosione di violenza ingiustificata che cozza con lo straniamento provato fino ad allora; e ne Il Settimo Continente questa violenza autolesionista non è risolutiva, né catartica come può esserlo il finale di un film di Quentin Tarantino. Non si è al cospetto di un suicidio poetico, caricato di significato, in qualche modo liberatorio (anche perché non capiamo fino in fondo da cosa si dovrebbe liberare la famiglia in questione), non c’è alcunché di decifrabile, non c’è celebrazione, non c’è giudizio: la detonazione accade, e lascia ammutoliti.

Tirando le somme, soffermiamoci su questo dettaglio del giudizio: potremmo azzardare sia il punto in cui il film supera, o sembra separarsi da Sartre, sia quello in cui coglie le conclusioni del suo ragionamento e si comporta di conseguenza. Il motivo per cui il suicida con il suo atto sprofonda nell’assurdità, infatti, non è riconducibile al fatto che non può dare un significato alla sua scelta, ma è dovuto al trionfo del punto di vista degli altri su ciò che lui è, condannato all’oggettivazione totale rispetto al significato dato dalla coscienza degli altri; di fatto la famiglia rimane muta, a rischio di essere riempita dei nostri significati dal nostro sguardo di spettatori. Però Haneke vuole scardinare proprio questa dinamica sociale: non si pone come soggetto che dota di significato l’evento che ritrae, come già accennato, non tenta di ricostruire i moventi, non li ordina in schemi nella narrazione. Per questo noi voyeurs rimaniamo sgomenti e attoniti: è come se la telecamera si ponesse su un piano di confine nella dialettica sartriana, in cui non siamo del tutto soggetto di fronte ai protagonisti-oggetto del film. La telecamera tace e partecipa dell’assurdo e restituisce il silenzio del suicida in un modo tale che non riusciamo né possiamo tentare di colmarlo: sembra mettere in atto ciò che Bergman tentava di esprimere ne Il volto quando il protagonista guarda negli occhi di un uomo che sta per spegnersi per riuscire a vedere la morte, quello che metterà in atto Lars von Trier con il finale di Melancholia: l’indicibile, l’ineffabile, ciò che la vita non consentirà mai di esperire, il silenzio. È un campo di confine che  solo l’arte riesce a restituire, e che ci mostra una prospettiva in cui giusto e ingiusto, bene o male, giudizio e opinione vengono irrimediabilmente a cadere.

***
Flavio Pisciotta ha studiato Filosofia, sta proseguendo gli studi in Linguistica, mantenendo un forte interesse verso la Logica e la Filosofia del Linguaggio e maturandone uno verso l’Informatica.

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