Dal Giappone a Nietzsche

Con questo articolo iniziamo a pubblicare i 5 bellissimi pezzi extra-redazionali che non sono stati selezionati per il numero di novembre 2019, pur essendo imperdibili. Il FiloSoFarSoGood di questo bimestre è stato dedicato al tema del Suicidio (il pdf della rivista è scaricabile da QUI

La relatività morale del suicidio
di Marco Domenico Grastolla 

copertinafsfsg2x2Partiamo da lontano nello spazio e nel tempo: Giappone, periodo Edo (1600–1868).
Il filosofo e militare Yamamoto Tsunetomo (1659–1721) onora il volere del suo signore di non seguirlo nella morte (pratica chiamata junshi) e perciò decide di prendere i voti, diventando un monaco buddhista della setta Soto Zen. In questo periodo di ricerca spirituale un giovane samurai di nome Tsuramoto Tashiro va spesso a fargli visita. Da questi loro incontri “all’ombra delle foglie” nasce l’Hagakure, un testo che racchiude l’anima di un’intera nazione: il bushido (la via del guerriero).

Come un Socrate d’oriente, Yamamoto Tsunetomo non ha mai lasciato nulla di scritto. Si deve a Tashiro la trasposizione su carta di quei loro affascinanti discorsi, proprio come fece Platone a suo tempo col suo mentore. Ma in cosa consiste questo bushido? Se dovessi scegliere una sola parola, direi nella morte.

Un aforisma tratto dall’opera summenzionata recita: “Il Codice del Samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti. È questa l’essenza del Codice del Samurai”.

Un samurai doveva dunque essere pronto in ogni momento a morire in battaglia ma non solo, anche ad eseguire il seppuku (suicidio rituale), e ciò poteva avvenire per svariate ragioni: seguire il proprio signore nella morte, sottrarsi al nemico, conservare o riacquistare l’onore e via dicendo.

Questa pratica incomprensibile agli occidentali è romanticamente rappresentata dall’ottimo Ken Watanabe nel film L’Ultimo Samurai. Il capo dei ribelli, Katsumoto, decide di ripristinare l’onore della sconfitta uccidendosi tra le braccia dello statunitense Nathan Algren (Tom Cruise) e in quel momento, con gli occhi posati su un albero di ciliegio, riesce finalmente a dare una risposta ad una vecchia domanda che lo assillava. Tra gli spasmi del dolore trova il posto per un sorriso, poi sussurra: “sono tutti perfetti”.

Si riferiva ai fiori di ciliegio, fiori speciali per i giapponesi in quanto i petali non avvizziscono nella fase morente, prima si staccano e solo dopo sopraggiunge il decadimento estetico. Allo stesso modo per i cittadini del Sol Levante bisogna sapersi staccare dalla vita con armonia e serenità, “più benedicenti che innamorati” (per dirla con Nietzsche).

Il noto Yukio Mishima (morto suicida proprio attraverso il seppuku, il 25 novembre 1970), nel suo Lezioni spirituali per giovani samurai e altri scritti, scriverà che “una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro”. Ciò vuol dire che se non accetti la morte come parte integrante della vita, ti sarà negato l’accesso alla più alta manifestazione dell’esistenza: “vivere pericolosamente” (per scomodare ancora il filosofo dai grossi baffi).

Quando si vive con questa coscienza si comprende che il tempo è fatto di solo presente, che l’unico momento e l’unico luogo in cui esisti è sempre il qui e ora. Niente passato e niente futuro, solo incertezza e un costante divenire, dunque conoscenza dell’unico fatto reale: panta rei. Questo comporta uno stravolgimento del sé che si vede privato di ogni appiglio, e proprio in tale moto pericoloso e caotico trova la sua stabilità e la massima espressione di una “volontà di potenza” che vuole semplicemente essere, qui, adesso, al massimo. Solo nel presente accade ciò che i giapponesi chiamano mono no aware (traducibile con “sensibilità delle cose”), solo quando siamo liberi da tutto, anche dalla morte, possiamo commuoverci davanti a un tramonto. È in queste circostanze che il demone dell’eterno ritorno ci appare come un Dio, poiché vorremmo infinite volte rivivere la meravigliosa pienezza di una coscienza immersa nel presente.

Giunti sin qui, se state pensando “ok, interessante, ma sono concetti a noi estranei!” vi rispondo con: bingo!

Il punto è proprio questo: noi occidentali considereremmo un pazzo un uomo che, per far solamente prendere in considerazione al suo daimyo (signore feudale) di cambiare idea su una data questione importante, si suicida senza pensarci due volte. D’altronde samurai vuol dire “servire”, e la vita era sul piatto. Per noi ciò è inconcepibile ma per i giapponesi questo è parte integrante della loro cultura, del loro modo di fare al lavoro, nelle relazioni con gli altri, nella vita di tutti i giorni.
Allo stesso modo, quanto è distante da noi il nostro prossimo? Quanto lo conosciamo? Quanto si può celare dietro un sorriso, una battuta, un gesto? E quanta luce siamo capaci di gettare sul nostro io? Quanta ombra inesplorata resta?

La verità è che siamo tutti noi mondi diversi, con differenti leggi che regolano i nostri comportamenti, con pezzi che ancora non abbiamo esplorato, con continui tumulti e sconquassamenti, a volte siamo doppi o tripli, a volte nulli, ma sempre cangianti. Capito questo avremmo risolto ogni tipo di dilemma morale sul suicidio, poiché non c’è onore né vergogna, coraggio né codardia senza un soggetto che giudica secondo la “tavola dei suoi valori”. E i nostri valori di oggi, l’abbiamo capito ormai, non saranno quelli di domani: essi si plasmano sempre sotto i colpi del vissuto che verrà.

Quel che rimane dunque è solo una serie di esperienze che portano purtroppo un uomo a valicare quella soglia in cui non si può tornare indietro, e noi dovremmo capire e rispettare questi atti di estrema libertà e volontà in quanto espressione di un comportamento “umano troppo umano”.

***
Marco Domenico Grastolla è nato a Grottaglie (TA) il 17/01/1991. Istruttore di arti marziali, gestisce il canale YouTube Kenkashintv, in cui si occupa di divulgazione delle discipline da combattimento in ogni loro forma.

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